by Francesco Collavino
first residency with Michela Cotterchio
second residency with Vittoria Franchina
music design Giulia Tosi
produzione Ba.Bau.Corp.
con il sostegno di DIALOGHI - Residenze delle arti performative a Villa Manin, un progetto CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
Aspettami e io tornerò,
ma aspettami con tutte le tue forze.
Solo noi due conosceremo
come io sia sopravvissuto:
tu hai saputo aspettare
semplicemente come nessun altro.
Konstantin M. Simonov
Due spazi contigui ospitano due gruppi di spettatori. I performer attraversano le due stanze alternando momenti individuali e duetti, apparizioni e scomparse. Nessuno assiste all’intera azione: ciò che accade in uno spazio è percepito solo parzialmente dall’altro attraverso suoni, tracce e tempi di attesa.
“Call me when you’re home” è una frase pronunciata alle soglie di un distacco, una formula di protezione, una dichiarazione di affetto che accompagna chi parte e chi rimane. L’attesa non appartiene a chi viaggia, ma a chi resta. È il tempo sospeso che separa la partenza dalla conferma del ritorno, il desiderio di ricevere un segnale che rassicuri, riduca la distanza e ristabilisca una connessione.
L’immaginario della ricerca si sviluppa attorno alla figura dell’astronauta e alle missioni spaziali. Gli astronauti diventano il simbolo di una distanza estrema: corpi che continuano a esistere e agire altrove, raggiungibili soltanto attraverso segnali intermittenti e frammentari. La coreografia costruisce così una geografia della distanza, in cui presenza e assenza si alternano continuamente e ogni apparizione porta con sé la possibilità di una nuova scomparsa.
In una delle due stanze una stampante 3D produce lentamente una serie di stelle. Il processo di stampa procede per tutta la durata della performance e richiede periodicamente l’intervento dei performer, che interrompono la danza per occuparsi della macchina. Le stelle emergono strato dopo strato come tracce materiali di un’attività che continua anche quando non è direttamente osservata. Non rappresentano il cielo o lo spazio, ma diventano segni concreti di una presenza lontana, testimonianze di qualcosa che continua ad accadere altrove.
La performance mette così in relazione coreografia, attesa e produzione materiale. Attraverso la divisione del pubblico e la circolazione dei performer tra i due ambienti, lo spettatore viene collocato in una condizione di percezione incompleta. Nessuno possiede una visione totale dell’opera; ciascuno costruisce la propria esperienza a partire da ciò che vede, da ciò che immagina e da ciò che gli manca.
L’attesa che attraversa il lavoro non è mai passiva. È un tempo abitato, simile a quello che sperimentiamo quando pensiamo a qualcuno che è lontano e continuiamo a cercarne tracce, segnali, conferme. Call Me When You’re Home esplora proprio questa condizione: la possibilità di restare in relazione con qualcuno che non possiamo vedere, affidandoci a frammenti, presenze intermittenti e gesti minimi di cura.